È proprio un peccato che dal suo repertorio sembri mancare un’aurea massima degli antichi romani: Ducunt fata volentem, nolentem trahunt — il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste. >>
Si affronta qui il problema dell'adattarsi, dell'accettare compromessi, del mettersi in discussione.
Ah... se fosse semplice!
Chi è "fedele a se stesso" sempre e comunque, alza un muro tra sé e il prossimo, è come se ergendosi su un piedistallo proclamasse la assoluta superiorità e la validità delle proprie idee, uniche scelte possibili, le sole ad essere corrette, le uniche applicabili .
Un piedistallo che solo apparentemente ha le sue fondamenta nella presunzione, in realtà si erige sull'insicurezza e sulla paura di mettersi in discussione. Probabilmente, di mettere in discussione un equilibrio precario che con fatica ci si è conquistati e che permette di non affondare in mezzo alla tempesta. Ma è davvero vivere questo?? NO! E' un mera fatua e vuota sopravvivenza, una abulia emozionale.
Chi è fedele a se stesso, procede per schemi ben precisi, tipo catena di montaggio... come se poi la vita fosse così semplice e immutabile. Come se non esistesse l'individualità, delle persone e delle situazioni; come se per andare da A a B ci fosse solo un unico percorso possibile; come quei topolini che, una volta ricevuta la scossa, preferiscono morire di fame piuttosto che provare a prendere un altro pezzo di formaggio.
A questo proposito, P.W. scrive: <<Ciò che l’animale non sa e che in questo modo neppure può scoprire è che già da tempo il pericolo non sussiste più>>
Si evita un pericolo, reale o presunto che sia, perché così è più semplice. Non si inciampa, non si è costretti a fronteggiarlo nel caso si presentasse per davvero. E... se non fosse un pericolo reale? Se il tanto temuto pericolo non esistesse? Siamo davvero disposti a morire di fame pur di non rischiare di prendere la scossa nel tentativo di afferrare il formaggio?
La vita fluisce, fluiamo insieme ad essa.
Che senso ha non vivere? Che senso ha vivere a metà?
Come se dopo una caduta e un atterraggio provvidenziale sul ramo di in albero, si rimanesse attaccati a quel ramo: perché quel ramo ci ha salvati, perché per fortuna in quel momento c'era. OK, in quel momento c'era e ci ha salvati. Ma chi ci assicura che ancora ci salverà? A lungo andare, quel ramo non riuscirà più a sostenere il peso del nostro corpo, a poco a poco si indebolirà e, paradossalmente, proprio quel ramo che un tempo ci ha salvati, sarà la nostra rovina.
Perchè rimanere aggrappati a quel ramo, invece di scendere a terra e vivere davvero?
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